SOLUZIONEAVVOCATI.IT - LAVORO - IL CONTRATTO DI LAVORO A TEMPO DETERMINATO NEL LAVORO PUBBLICO PRIVATIZZATO

Il contratto di lavoro a tempo determinato nel lavoro pubblico privatizzato.

La normativa interna sul contratto a tempo deter­minato nel pubblico impiego "privatizzato" è carat­terizzata da un processo legislativo tumultuoso, che però si è accentrato prevalentemente (fino al 10 gennaio 2006) esclusivamente sulla tutela "in usci­ta", cioè sul meccanismo sanzionatorio (presunto o effettivo) per reprimere gli abusi nell'utilizzazione dei contratti a termine, cui si è affiancata una giuri­sprudenza altrettanto vivace che, ha sottoposto le regole nazionali (nell'interpretazione della Corte Costituzionale), ancorate al "mito" del principio del pubblico concorso, al vaglio della Cor­te di Giustizia.

L'evoluzione legislativa che, dal 1993, aveva più volte inciso sulla materia, pareva essersi arrestata con l'avvento del nuovo millennio, allorquando la disciplina ha subìto un riordino ad opera del Testo unico sul pubblico impiego n. 165 del 30 marzo 2001, con il quale il legislatore interno, pur senza realizzare grosse modifiche sostanziali, ha provvedu­to ad un coordinamento testuale e sistematico delle diverse disposizioni già vigenti in materia.

L'art. 36 del D.Lgs. 165/2001 (il nuovo Testo unico del pubblico impiego) prevede che le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato e non possono avvalersi delle forme contrattuali di lavoro flessibile previste dal codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa se non per esigenze stagionali o per periodi non superiori a tre mesi, fatte salve le sostituzioni per maternità relativamente alle autonomie territoriali.

Il provvedimento di assunzione deve contenere l’indicazione del nominativo della persona da sostituire.

Non sono ammesse proroghe del contratto ed è vietato l’utilizzo del medesimo lavoratore con altro contratto a termine. Inoltre la norma citata prevede che eventuali necessità temporanee devono (dovrebbero) essere coperte con l’assegnazione temporanea di personale da altre amministrazioni.

Come si vede, quindi, le assunzioni a termine sarebbero possibili, in teoria, unicamente per eventi eccezionali, nella realtà, come sappiamo, l’utilizzo dei lavoratori a termine nella scuola e negli enti locali è la regola, anche se negli ultimi anni le amministrazioni, complice la crisi e i tagli di bilancio pubblico, non procedono al rinnovo di molti dei contratti in essere.

Ciò premesso in linea generale, potrebbe dirsi che la gran parte dei contratti a termine vengono stipulati in violazione del D.Lgs. 368/2001 (norma generale sui contratti a termine, richiamata dal citato art. 36 del D.Lgs. 165/2001) in quanto stipulati non per sopperire ad esigenze temporanee di ordine tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, ma per sopperire ad esigenze permanenti e durevoli delle amministrazioni.

Il già citato art. 36 dispone, poi, che in ogni caso, la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori, da parte del pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni, ferma restando ogni responsabilità e sanzione ed diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni lavorative. Risarcimento che sembra essere una sanzione del tutto teorica.

Difatti l'art. 36 del D.Lgs. 165/2001 prevede che il danno risarcibile è quello derivante dalla prestazione di lavoro illegittima e non nella perdita del posto di lavoro ovvero il danno verrebbe riconosciuto per aver lavorato e non già per non aver (più) lavorato.

E, come è agevole comprendere, pare non essere immaginabile un danno che derivi dall’avere operato a termine in favore di una pubblica amministrazione, al di fuori del diritto a percepire al retribuzione per i periodi lavorati.

 

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