SOLUZIONEAVVOCATI.IT - LAVORO - LE MANSIONI SUPERIORI NEL RAPPORTO DI LAVORO PRIVATO

Le Mansioni superiori nel rapporto di lavoro privato

L'equivalenza delle mansioni rispecchia uno degli elementi di più forte separazione tra il lavoro pubblico ed il lavoro privato, a causa della diversità di fonte e di disciplina giuridica: l'una (quella privata) contenuta nel nuovo art. 2103 c.c. e riferita alle mansioni da ultimo svolte dal lavoratore, e,  l'altra, (quella pubblica) contenuta nell'art. 52 d.lgs. 165/2001 nella versione, oggi, risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 62, d.lgs. 150/2009 (riforma Brunetta) ed agganciata alle determinazioni della contrattazione collettiva.

Per l'altro verso, la equivalenza ha costituito il terreno su cui, una parte della giurisprudenza ed alcune correnti dottrinali, hanno tentato di mettere in comunicazione i modelli di accertamento dell'equivalenza del 'pubblico' e del 'privato' compiendo operazioni di 'travaso' al fine di massimizzare la tutela della professionalità del lavoratore ed ampliare le potenzialità flessibilizzanti della mobilità orizzontale.

Nel rapporto di lavoro privato la materia è regolata dal principio della contrattualità delle mansioni in base al quale il lavoratore deve essere destinato alle mansioni per le quali è stato assunto e queste, costituendo l'oggetto dell'obbligazione lavorativa, devono essere determinate o determinabili, ai sensi dell'art. 1346 c.c., al momento dell'assunzione.

Pertanto è con la prima assegnazione delle mansioni, necessariamente corrispondenti a quelle contrattualmente convenute e rientranti nella categoria e/o qualifica di assunzione, che si determina il riferimento iniziale, con l’effettiva e condivisa definizione dell’oggetto del contratto di lavoro,per l'operatività della garanzia approntata dall'art. 2103 c.c.

Difatti, dalla ripresa testuale dell'art. 2103 c.c. emerge con immediata evidenza tre le altre , la parola “adibizione “.  Il lavoratore è, dunque, orientato dal datore di lavoro a svolgere una determinata prestazione.

In sostanza, si potrebbe sostenere che il range del diritto costituzionalmente garantito del datore di lavoro (art. 41 Cost.) ad organizzare la propria attività e ribadito dal legislatore agli artt. 2082 c.c. e ss., è definito dallo speculare diritto del lavoratore, di pari dignità costituzionale, ad essere tutelato nella propria dimensione professionale retributiva ed ancor prima di integrità psico-fisica.

L'altro principio fissato dall'art. 2103 c.c. è, sicuramente, quello della irreversibilità delle mansioni che non significa annullamento dello ius variandi del datore di lavoro, ma delimitazione del medesimo al fine di evitare che il suo esercizio possa tradursi in un pregiudizio per la dignità e la libertà del lavoratore.

Il lavoratore non può, dunque, essere adibito a mansioni di contenuto o valore professionale inferiore rispetto a quelle concordate all'atto dell'assunzione od a quelle, da ultimo, espletate.

Lo ius variandi, inteso come facoltà del datore di lavoro di incidere, unilateralmente, sulla posizione del lavoratore, si esplica, quindi, essenzialmente, nella possibilità di assegnazione allo svolgimento di mansioni "equivalenti", mantenendo immutata la retribuzione e salva l'attribuzione di mansioni superiori, con conseguente diritto al corrispondente trattamento economico.

Solo, difatti, in limitatissime ipotesi il legislatore ha esplicitamente ammesso il sacrificio del diritto alla equivalenza delle nuove mansioni, laddove, ciò, risponda ad un preciso interesse del lavoratore per la salvaguardia della sua salute o del posto di lavoro.

Sul concetto di equivalenza si è,poi, a lungo, interrogata la Giurisprudenza la quale, muovendo dal presupposto secondo cui l'oggetto della tutela normativa fissata dall'art. 2103 c.c. " non è solo il livello formale di inquadramento, bensì la professionalità, come diritto alla conservazione ed all'accrescimento del corredo di nozioni ed esperienze acquisite dal lavoratore nella pregressa fase del rapporto" , ha ritenuto che l’equivalenza delle mansioni deve essere apprezzata, sia sotto il profilo oggettivo, e cioè in relazione alla inclusione nella stessa area professionale e salariale delle mansioni iniziali e di quelle di destinazione, ma, anche, sotto il profilo soggettivo, che implica l'affinità professionale delle mansioni, nel senso che le nuove devono armonizzarsi con le capacità professionali acquisite dall'interessato durante il rapporto lavorativo, consentendo ulteriori affinamenti e sviluppi.

Ricordiamo che nel privato il sistema di classificazione dei lavoratori è retto dall’art. 2095 c.c.

In definitiva, nella valutazione della equivalenza non è risolutivo l'aspetto formale della appartenenza delle nuove mansioni al medesimo livello di inquadramento di quelle originarie, poiché, ai fini della valutazione della sussistenza di un corretto esercizio dello ius variandi da parte datoriale è necessario verificare l'equivalenza in concreto e ciò alla stregua del contenuto, della natura e delle modalità di svolgimento delle mansioni in precedenza assegnate.

L’ equivalenza presuppone, difatti, che le nuove mansioni, pur se non identiche a quelle in precedenza espletate, corrispondano alla specifica competenza tecnica del dipendente, ne salvaguardino il livello professionale, non lo danneggino altrimenti nell'ambito del settore o socialmente, e siano comunque tali da consentire l'utilizzazione del patrimonio di esperienza lavorativa acquisita nella pregressa fase del rapporto.

Da ciò che potrebbe ritenersi sussistente la violazione del disposto di cui all'art. 2103 c.c. qualora le nuove mansioni, pur comprese nel livello - o nella categoria - contrattuale, già, attribuito al dipendente, comportino una lesione del suo diritto a conservare e migliorare la competenza o professionalità maturata, o pregiudichino quello al suo avanzamento nella gerarchia del settore.

Conclusivamente nel rapporto di lavoro privato quando un lavoratore svolge, nelle condizioni normate dall'art. 2103 c.c., ovvero ove l'assegnazione non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi) mansioni superiori, dando prova di averle effettivamente svolte, Egli ha diritto non solo alla percezione delle differenze retributive (fatto salvo il periodo prescrizionale pari a 5 anni), ma, anche, all’inquadramento giuridico di effettiva competenza (fatto salvo il periodo prescrizionale pari a 10 anni).

 

Soluzioneavvocati.it, attraverso l'apporto dello Studio Legale Calcopietro-Giampà & Partners, è in grado di seguire ed assistere il cliente in tutti i gradi del giudizio, comprese le magistrature superiori.

Hai bisogno di assistenza in giudizio?

LASCIA UN COMMENTO
Catena Alessandro il 27/11/2015 06:56:08

Buongiorno.Vorrei sapere se il datore di lavoro privato può affidare una mansione superiore indipendentemente dall'anzianità di servizio e dalle mansioni svolte dai singoli lavoratori motivando la scelta con la necessità che i più giovani inizino a fare esperienza nelle mansioni superiori, anche se per una sostituzione temporanea? Ed é possibile opporsi ad un eventuale provvedimento del genere? Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente. A.Catena


Lascia un commento


Area Riservata

REGISTRATI