SOLUZIONEAVVOCATI.IT - FAMIGLIA - SEPARAZIONE E DIVORZIO

La separazione personale dei coniugi è regolamentata dal codice civile agli artt. 150 e ss., dal codice di procedura civile agli artt. 706 e ss. e da una serie di norme speciali.

La separazione costituisce un rimedio alla crisi coniugale che pur non ponendo fine al vincolo matrimoniale attenua alcuni effetti propri del matrimonio attraverso la sospensione di taluni doveri, quali la comunione legale dei beni, gli obblighi di fedeltà e di coabitazione e diversamente disciplinando tal’altri, quali il dovere di contribuire nell'interesse della famiglia, di mantenere il coniuge più debole, di mantenere, educare ed istruire la prole.

Il nostro ordinamento prevede due tipi di separazione: la consensuale e la giudiziale  ed entrambe possono essere dichiarate per cause oggettive, cioè indipendentemente dalla colpa di uno dei due coniugi.

È possibile, quindi, che i coniugi si separino perché avvenimenti esterni si frappongono alla coppia, perché sopraggiungono circostanze non previste, né prevedibili, al momento della celebrazione del matrimonio, perché ci si rende conto dell'esistenza di un'incompatibilità caratteriale insuperabile e, in generale, per tutti quei fatti che, usando l'espressione del legislatore, "rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all'educazione della prole" (art. 151, 1°co. c.c)

La separazione ha inoltre carattere transitorio, tanto che è possibile riconciliarsi, senza alcuna formalità, facendo cessare gli effetti prodotti dalla stessa (art. 154 c.c.)

La separazione consensuale è vista dalla giurisprudenza come un rimedio privatistico di definizione della crisi coniugale, ai quali è riconosciuta ampia autonomia nelle scelte destinate a presiedere la vita così come la crisi del matrimonio. Tuttavia, anche quando si attribuisce rilevanza all'accordo tra i coniugi, non si possono trascurare i limiti imposti dal nostro ordinamento a tutela degli interessi preminenti della prole, laddove esistente.

Sarà infatti il Presidente del Tribunale a controllare che gli accordi siano stati presi nell'interesse dei minori e comunque nel rispetto della legge, dovendo provvedere, in caso contrario, alla loro modifica.

Nell'ipotesi in cui non sarà possibile una separazione consensuale, i coniugi ricorreranno alla separazione giudiziale.

Non sono ipotesi contrapposte ma simili nella procedura, intervenendo in entrambe il Tribunale e richiedendo per entrambe la comparizione dei coniugi, su ricorso dell'uno o di entrambi, avanti al Presidente; con la differenza che mentre nella separazione consensuale il giudizio si esaurisce nella fase c.d. presidenziale, con la omologazione degli accordi dei coniugi se ritenuti non contrari all'interesse della prole, nella separazione giudiziale, successivamente all'assunzione dei provvedimenti urgenti da parte del Presidente, viene designato il giudice istruttore del procedimento che, secondo le regole proprie del giudizio di cognizione ordinaria, terminerà con la sentenza di separazione dei coniugi.

La separazione giudiziale sarà senz'altro richiesta quando il coniuge vorrà ottenere una separazione con addebito a carico dell'altro. Ovviamente incomberà sul ricorrente provare che l'altro coniuge abbia tenuto comportamenti contrari ai doveri del matrimonio che abbiano reso soggettivamente intollerabile la prosecuzione del matrimonio stesso.

Non è raro, tuttavia, nella casistica giudiziaria che una separazione iniziata come giudiziale si trasformi nel corso del giudizio in una separazione consensuale (tanto nella fase presidenziale come nella fase istruttoria).

Può accadere che i coniugi decidano di interrompere la convivenza senza formalità (senza quindi fare ricorso ad un giudice), ponendo in essere la cosiddetta separazione di fatto la quale è improduttiva di qualsivoglia effetto  sul piano giuridico.

La separazione legale, giudiziale o consensuale che sia , produce, diversamente, effetti che incidono sui rapporti personali e patrimoniali tra marito e moglie e tra questi ed i figli.

Si avrà così regolamentazione delle questioni patrimoniali relative alla assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza, all’affidamento dei figli e connesso mantenimento al mantenimento dell’ex coniuge, ai beni acquistati in comunione ecc….

 

Il DIVORZIO è l'istituto giuridico che permette lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e materiale di vita ed essa non può essere in nessun caso ricostituita.

Con il divorzio si producono, dunque, effetti personali e patrimoniali. In particolare, nei rapporti personali tra i coniugi vengono meno tutti i doveri coniugali.

I coniugi riacquistano quindi lo stato libero e possono pas­sare a nuove nozze, e la moglie perde anche il diritto di usare il cognome del marito.

Per quanto attiene agli effetti patrimo­niali, inoltre, con il divorzio si scioglie la comunione legale (art. 171 c.c.) ed anche il fondo patrimoniale se non vi sono figli minori (art. 191 c.c.), ma permane un dovere di solidarietà post­-coniugale da cui scaturiscono determinati effetti.

Diversamente, nei rapporti con la prole non vengono meno i doveri di entrambi i genitori verso i figli, salve le disposizioni in ordine all'af recente legge 54/2006.

In particolare, con la legge citata è mutata radicalmente la prospettiva, riconoscendo al minore il diritto alla bigenitoriali­tà, ovvero il diritto di mantenere, anche in caso di divorzio, un rapporto continuativo e stabile con entrambi i genitori e con i parenti di ciascun ramo familiare.

Adesso quindi, ed a maggior ragione, ai figli viene ricono­sciuto un diritto, e non più un mero interesse, che deve ispira­re ogni provvedimento.

Per quanto concerne gli effetti riguardo ai coniugi, è  prevista la corresponsione del­l'assegno di divorzio al coniuge economicamente debole.

La sua natura pertanto, sarà eminentemente assistenziale, cioè subordinata alla specifica circostanza di fatto della mancanza di mezzi adeguati, ovvero alla oggettiva impossibilità di procurarseli.

L’assegno si presenta come un residuo effetto di un'obbliga­zione ex lege, la cui portata viene dichiarata dal giudice sulla base di una serie di elementi: redditi dell'obbligato e del coniu­ge più debole; condizioni dei coniugi e contributo dato dai co­niugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patri­monio di ciascuno e di entrambi. Tali elementi saranno valutati dal giudice anche in rapporto alla durata del matrimonio.

In ogni caso, la ratio per la determinazione dell' assegno di divorzio è di riequilibrare le condizioni economiche del coniu­ge più debole a seguito del divorzio, attribuendogli l'assegno per una riduzione del tenore di vita precedente tale da non as­sicurargli i mezzi di sussistenza o da creare una netta spropor­zione tra le disponibilità patrimoniali dei coniugi.

Gli altri criteri costituiti dalle condizioni dei coniugi, dal contributo di ciascuno alla conduzione familiare. dal reddito, operano soltanto se l'accertamento dell'unico elemento attri­butivo si sia risolto positivamente. Tali criteri avranno quindi valore solo ai fini della quantificazione dell'assegno divorziale, dovendo il coniuge richiedente dimostrare che non sia in gra­do di procurarsi un adeguato reddito autonomamente, avendo comunque diritto a mantenere il tenore di vita analogo a quel­lo goduto in costanza di matrimonio.

L’obbligo di corresponsione dell'assegno in parola cessa se il coniuge beneficiario passi a nuove nozze.

La sentenza deve altresì prevedere un criterio di adeguamento automatico dell'assegno con riferimento alla svalutazione monetaria,  se però le parti si accordano per la corresponsione in unica soluzione, non può essere proposta alcuna successiva domanda di carattere economico.

Gli ex coniugi, infatti, hanno possibilità di optare per la cor­responsione di un assegno una tantum. Tale forma satisfattiva dell'obbligo di corrispondere l'assegno divorzile è tuttavia sot­toposta a due condizioni: accordo in tal senso delle parti  e importo ritenuto equo dal Tribunale. Una volta che il Tribunale abbia accolto la determinazione dell' assegno una tantum, è esclusa qualsiasi possibilità di revisione sul piano economico della de­cisione in parola.

Il coniuge titolare dell'assegno divorziale, in caso di morte dell'altro coniuge, acquisisce il diritto alla pen­sione di reversibilità.

Anche per  il divorzio il nostro ordinamento prevede due tipi  a secondo che vi sia o meno consenso tra i coniugi.

Si avrà, così, il divorzio congiunto, quando c'è accordo dei coniugi su tutte le condizioni, in questo caso il ricorso è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi o divorzio giudiziale, quando non c'è accordo sulle condizioni, in questo caso il ricorso può essere presentato anche da un solo coniuge.

Elementi necessari per richiedere il divorzio sono comunque: il venir meno dell'affectio coniugalis, cioè della comunione morale e spirituale e/o la mancanza di coabitazione tra marito e moglie, comunque, entrambe protratte ininterrottamente per almeno tre anni a far tempo dalla prima udienza di comparizione dei coniugi innanzi al Tribunale. Per la decorrenza dei tre anni non vale il tempo che i coniugi hanno trascorso in separazione di fatto.

Il divorzio disciplinato dal codice civile (art. 149 c.c) potrà quindi essere richiesto a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o a seguito del decreto di omologazione di separazione consensuale e comunque decorsi 3 anni tra la comparizione delle parti davanti al Presidente del Tribunale nel procedimento di separazione e la proposizione della domanda di divorzio.

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